I tempi bui della morte nera

Quando in città infuriava la peste
§ Parte 1

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«L’anno del Signore 1346 nelle parti orientali perirono di malattia non mai udita e morte improvvisa un’infinità di Tartari e di Saraceni.(...) Le pestilenze e le morti studino tutti di far note coi loro scritti. Io poi perché piacentino, mi sono persuaso di scrivere maggiormente dei Piacentini,affinché quel che accadde inPiacenza nel 1348 sia noto a tutti».

Queste parole furono scritte quasi sette secoli fa piacentino Gabriele de Mussi (1280-1356 circa), autore di una delle prime e più fedeli cronache sulla Grande Peste (o “Peste Nera”), che colpì l’intera Europa tra il 1346 ed il 1351, uccidendone un terzo della popolazione. Sebbene l’opera del Mussi sia poco conosciuta, il suo contenuto risulta estremamente interessante: l’analisi dell’autore non si limita infatti al consueto sbigottimento emotivo e spirituale di fronte al contagio, ma approfondisce anche la natura fisica del Morbo, valutandone l’origine, le cause, i sintomi, e persino il decorso con cui si evolveva nei diversi soggetti contagiati. Quasi a volerlo ringraziare di tanta attenzione, la Grande Peste risparmiò il sagace notaio, morto probabilmente una decina d’anni più tardi; diverse migliaia di piacentini non ebbero tuttavia la sua stessa fortuna, e la nostra città,fortemente spopolata e impoverita, interruppe la propria espansione urbana cristallizzandosi nei limiti raggiunti alle soglie del Trecento: appunto l’area dell’attuale centro storico, delimitato prima dalle mura visconteo-sforzesche (secc.XIV-XV ) e poi dai bastioni farnesiani (sec. XVI).In seguito, altre pestilenze ed epidemie minori tornarono a funestare Piacenza dal 1361 al 1525, ricorrendo all’incirca ogni vent’anni e accompagnandosi di norma a gravi care-stie alimentari o al passaggio di grossi contingenti militari. La pandemia più grave fu tuttavia quella che colpì la città nel 1630, nel contesto della cosiddetta “Peste Manzoniana”, dal racconto che ne fece appunto il Manzoni relativamente alle sue ricadute nella città di Milano. Così come la Peste del 1348 aveva trovato nel Mussi il proprio cronista, quella seicentesca ebbe il suo narratore nel conte Bernardo Morando (1589-1656), nobile ed erudito piacentino, che descrisse una città letteralmente allo sbando, precipitata nel caos e nella desolazione, dove la popolazione disperata si accalcava alle messe e alle processioni, favorendo ancor di più la diffusione del morbo. Una drammatica spirale di morte e desolazione,nella quale persero la vita circa 19.000 piacentini sepolti nella golena del Po presso BorgoTrebbia, dove ancora oggi sussiste la cosiddetta “chiesa degli appestati”.

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