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I tempi bui della morte nera

Roggerino Caccia, San Rocco e gli appestati della chiesa di Sant'Anna
§ Parte 2

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Gabriele de Mussi afferma che la Peste si era già diffusa in Crimea e in Medio-oriente, e che fu portata in Europa attraverso le navi della Repubblica di Genova, che in quelle contrade manteneva appunto il controllo di porti e basi commerciali. In particolare, il Mussi afferma che il contagio si estese nel Piacentino in seguito alla fuga di un cittadino genovese, il quale, già malato, tentò di sottrarsi alle durissime restrizioni sanitarie cercando asilo proprio a Piacenza, presso la casa di un Fulchino della Croce, suo amico fidato:

«ma quegli subito ridotto agli estremi morì. Dopo il quale immediatamente spirò il detto Fulchino con tutta la sua famiglia e molti sui vicini. E così in breve quella pestilenza diffondendosi entrò in Piacenza».

Secondo la testimonianza del Mussi, la furia del Morbo fu devastante: i morti erano così tanti, e in così rapida successione,che le tombe non bastavano mai e i cittadini erano costretti a scavare nuove fosse nelle piazze, nelle strade e addirittura sotto i porticati, allora molto numerosi. Stando alla cronaca del Mussi, la malattia si manifestava inizialmente con dolori muscolari, fitte e crampi diffusi, cui faceva seguito la formazione di bubboni (talvolta ascellari altre volte inguinali), e di macchie nere in varie parti del corpo; molto frequenti erano anche le emorragie interne. Talvolta, il drenaggio del bubbone favoriva il recesso della febbre, e quindi la guarigione: ma si trattava di casi molto rari. L’infezione era naturalmente favorita dall’assenza di igiene, dalla promiscuità e dal contatto con oggetti e materiali già appartenuti ai malati: ne fa fede la tragica fine di Roggerino Caccia, nipote dell’omonimo vescovo di Piacenza (tuttora sepolto in una pregevole arca gotica nel Duomo), che fu contagiato dopo aver riscattato alcuni beni, evidentemente infetti, depositati presso un usuraio.
Dopo aver mietuto circa un terzo della popolazione cittadina in pochi mesi, la Peste ritornò ancora nel 1374 contagiando due illustri personaggi:il nobile Pietro da Ripalta (1340-1374), illustre storico cittadino,e il pellegrino San Rocco (1346-1379).
Quest’ultimo, di ritorno nella natia Francia dopo un pellegrinaggio a Roma, aveva fatto tappa a Piacenza per assistere le vittime dell’epidemia in corso; ancora oggi, nella chiesa cittadina di Sant’Anna si conserva uno dei più antichi ritratti delSanto (secc. XIV-XV ), eseguito in ricordo del suo soggiorno presso l’hospitale di Santa Maria di Betlemme (un tempo esistente presso l’odierna chiesa),dove Rocco si dedicò alla cura degli appestati che vi erano ricoverati, subendone a sua volta il contagio. Secondo la tradizione, una volta scoperta la sua malattia San Rocco si ritirò in un eremo presso Sarmato, appunto per non infettare altre persone: qui, per divina intercessione, prese a sgorgare una fonte miracolosa (tuttora esistente a pochi metri dalla parrocchiale del borgo) nella quale il Santo poté lavare le sue piaghe, guarendo infine dalla Peste e divenendo uno dei principali patroni cui votarsi in caso di epidemia.

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