I tempi bui della morte nera

Il lazzaretto di San Lorenzo e il cimitero di Sant'Ambrogio
§ Parte 3

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A quasi trecento anni dalla Grande Peste medievale, una nuova epidemia si presentò con notevole virulenza nel 1630, colpendo con particolare intensità tutto il Nord Italia ivi compresa la città di Piacenza. Le cause di tale contagio sono probabilmente da assegnarsi al passaggio di grossi eserciti mercenari, ingaggiati per la Guerra del Monferrato (1628-1631) e già contaminati dal Morbo, che percorsero tutta la Val Padana diffondendovi l’infezione. Questo stato di cose viene esplicitamente confermato anche da alcuni cronisti locali, ad esempio il conte Morando e il canonico Benedetto Boselli, che sopravvissero al contagio e ne lasciarono un vivido resoconto scritto. Il Boselli, in particolare, scrisse che nel giorno 29 maggio del 1630:

«si sollevò un bisbiglio nella città dicendo che alcuni soldati alemanni andavano seminando peste or in questa or in quella città».

Solo un mese più tardi, lo stesso autore aggiungeva che:

«furono serrate due porte della città, di Borghetto e Fodesta, (...) perché passavano per il Po soldati alemanni che andavano sulCremonese».

Nonostante i tentativi di contenimento sanitario, il Morbo penetrò comunque nella città, e si rese quindi necessario approntare in breve tempo lazzaretti e cimiteri: poiché l’antico lebbrosario di San Lazzaro ormai non bastava più, furono adattati allo scopo anche i porticati della vecchia Fiera deiCambi, all’epoca collocati a fianco del convento di San Lorenzo, di fronte al Tribunale. In parallelo fu vietata la sepoltura dei corpi nelle chiese, destinando a tale scopo un nuovo cimitero ricavato in un’ortaglia presso l’antica chiesa di Sant’Ambrogio, oggi scomparsa ma a quel tempo situata presso l’odierna via F. Giarelli. A dispetto di tali misure, l’epidemia fu comunque assai violenta, tanto che la città perse più di metà della sua popolazione, precipitando nel disordine e nella barbarie: a detta del Morando, i corpi dei morti e dei moribondi restavano ammassati in fosse scoperte alla mercé dei cani randagi, al punto che un malato in fin di vita trovò la forza di recarsi in chiesa per poi morirvi dopo aver avuto precise garanzie circa la propria sepoltura.

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